Max Casacci:
“L’Europa secondo noi Subsonica”

Massimiliano Casacci, meglio noto come Max Casacci, è un chitarrista italiano, produttore e fondatore dei Subsonica. Dopo il lancio del nuovo album “8” e di ritorno dall’European ReBoot Tour 2018, lo abbiamo sentito sull’argomento centrale tanto nella loro musica quanto nella nostra rivista: l’Europa.

Max, sei appena rientrato in Italia dal tour nelle principali città europee: come pensi sia cambiato e si sia evoluto il concetto di Europa da quando avete iniziato a suonare a oggi?

È stato sicuramente un percorso un po’ tortuoso: noi abbiamo iniziato a suonare nel ’96, e nel ’99 si è iniziato a parlare di Euro, una questione che ha dato una direzione precisa al destino dell’Europa. Oggi, a distanza di vent’anni, dal punto di vista del sentito comune non c’è ancora una percezione totale. Ma facciamo un passo indietro. C’è stato un primo momento in cui l’Europa, nella fase in cui si è data una forma evidente, al di là di quelle che potevano essere le opinioni contrastanti, ha sempre suscitato un grandissimo fascino. Sappiamo benissimo che oggi ci sono dei movimenti che, per opportunismo politico o altro, stanno cercando di individuare nell’Europa la responsabile di alcune oggettive manchevolezze o di alcune incapacità di far funzionare bene le cose, e in qualche modo l’opinione pubblica segue queste opinioni.

Ma quale Europa avete visto nel vostro tour?

Dal punto di vista delle persone italiane che abbiamo incontrato in giro per l’Europa, abbiamo riscontrato una quasi unanime percezione che l’Europa sia una opportunità. La narrazione un po’ distorta che viene fatta, all’interno dei nostri confini in questo momento, mette invece l’Europa sotto una luce completamente diversa,complice il fatto che ci siano delle manchevolezze anche dal punto di vista comunicativo. Quando infatti i “governi sovranisti” accusano l’Europa, non attaccano una persona fisica, dal momento che non esiste un’incarnazione politica e legittimata da tutta l’Europa in grado di controbattere adeguatamente. C’è una sorta di dislivello narrativo tra quelli che sono i vantaggi e i vantaggi futuri per una possibile accelerazione europea rispetto alla narrazione che viene fatta nei singoli Paesi, che condiziona enormemente la percezione delle persone.

Per esempio?

Un esempio concreto applicabile alla nostra quotidianità è il roaming in tutta Europa: se ci fosse un “Signor Europa” in grado di poter rivendicare quella che è stata una trattativa che solo l’Europa poteva mettere in atto con le compagnie telefoniche (e non certo un singolo Stato), probabilmente avrebbe guadagnato una serie di punti che l’Europa non ha guadagnato. Io me ne sono reso conto quando ero in Norvegia e ho potuto telefonare, mandare messaggi e postare video tranquillamente. Ma nel momento in cui c’era bisogno di qualcuno che rivendicasse questa enorme agevolazione, non c’era nessuna autorità europea in grado di farlo. Senza citare le importantissime leggi sull’ambiente, che nessuna nazione singola sarebbe stata in grado di regolare autonomamente.

Il disco “8” è carico di positività e speranza: nutri lo stesso atteggiamento anche nei confronti del destino dell’Europa?

Al di là delle previsioni di come potranno andare le cose, abbiamo capito una cosa: che l’Europa siamo noi, e che serve un racconto che al momento manca. Credo che manchi questa possibilità di immaginare una Repubblica Europea, e quindi si rende necessario andare a rilevare ciò che è comune e che c’è stato di comune in questi anni in termini di storia comunitaria. Questo dovrebbe essere uno dei compiti degli artisti in questo momento storico. Noi, oltrepassando anche le nostre competenze specifiche, abbiamo affiancato al nostro tour europeo la realtà di EuropaNow, una delle reti che si prefiggono l’obiettivo di stilare un programma da sottoporre a tutti quelli che si candideranno alle elezioni di maggio. Il documento segna i punti precisi che dovrebbero favorire un’accelerazione per arrivare a una Repubblica Europea delle persone e dei diritti dei cittadini. Pensiamo che i giovani dovrebbero avere un’idea di Europa come “nazione allargata”, e quindi la possibilità di oltrepassare un confine che non è più un confine.

A proposito di giovani, in Italia si parla spesso di “fuga di cervelli”: pensi che l’Italia sia un Paese adatto a loro?

Direi di no. Però c’è un fattore paradossale che fa sì che oggi i ragazzi italiani che si presentano nelle sedi lavorative all’estero siano molto più considerati sotto il loro profilo qualitativo rispetto all’ondata migratoria dei nostri genitori e dei nostri nonni che andavano a cercare opportunità, e che venivano classificati come “bassa manovalanza”. Ecco, mi sembra che sia cambiata la percezione del valore dell’italiano all’estero in questo momento, e questo è dovuto alla necessità di avere uno spirito di adattamento maggiore. Pensiamo a uno studente che si deve destreggiare con la burocrazia di un altro Paese: avrà sicuramente uno spirito di adattamento e una capacità di problem solving maggiore rispetto a un suo analogo che vive nel proprio Paese. Questa caratteristica di doversi rendere autonomo e di far fronte a più problemi di quelli necessari ci rende, paradossalmente, più competitivi. Questo mi porta a pensare che l’Italia no, non è un Paese per giovani, ma in qualche modo è una palestra.

Qual è, secondo te, il ruolo dei giovani nell’Europa in questo momento storico?

I giovani sono quelli che l’Europa la stanno incarnando, la stanno facendo esistere. Utilizzando e ottimizzando le opportunità che vengono dall’Europa le stanno dando vita realmente. È molto importante questa necessità,questo istinto, questa aspirazione che i giovani hanno di utilizzare uno spazio comune molto più allargato, perché sono una testimonianza reale, al di là delle tante posizioni anti europeiste.

Come pensi evolverà la situazione europea a seguito delle elezioni di maggio 2019?

Questo non lo so. Io ottimisticamente credo che il confronto sull’Europa riserverà delle sorprese: si dà per scontato che ci sia, in certi Paesi, un’immagine antieuropeista, però guardiamo solo cos’è successo di recente in Ungheria. Io mi sono emozionato vedendo le immagini di persone attive e dinamiche per strada sventolare la bandiera europea, in un Paese come l’Ungheria. Non me lo sarei mai aspettato.

Un’ultima domanda: pensando ai vari Paesi europei, quali influenze ha subito la vostra musica a livello europeo?

È difficile parlarne in modo analitico, però possiamo pensare a tutta la musica che abbiamo ascoltato. Siamo andati a suonare, per esempio, in Germania, a Colonia, dove è nata in qualche modo tutta la musica psichedelica seriale dei Can e dei Neu e dove, nello studio di Conny Plank, sono stati registrati i primi lavori dei Kraftwerk, il collettivo che ha rivoluzionato la musica elettronica. Siamo stati influenzati da tutta la scena successiva al punk in Inghilterra. Non possiamo dimenticarci che abbiamo ascoltato, ovviamente oltre all’elettronica, musica che veniva suonata in Francia, il caso più eclatante sono stati i Daft Punk. Insomma, alla fine sono tante le influenze che istintivamente sono entrate nella nostra musica. Questo viaggio in Europa ci ha fatto sicuramente riflettere anche su un elemento: la nostra italianità musicale è riuscita a essere un passo sopra determinati cliché grazie al fatto che i nostri ascolti sono riusciti a uscire dal nostro Paese superando i confini nazionali.